Notizie
Commenta per primo! Lavoro, l’ansia del premier: evitare il sorpasso spagnolo come sull’euro nel ’96
Non finirà come nel ’96. Così deve aver pensato il presidente del Consiglio, quando ha appreso dell’intenzione del governo spagnolo di varare entro la metà di febbraio una riforma del lavoro strutturale, guardacaso all’insegna del «contratto unico». Nel ’96 Mario Monti assistette da Bruxelles, dove era commissario europeo, alla improvvisa accelerata che il governo Prodi diede all’ingresso dell’Italia in Europa dopo un vertice con l’allora premier spagnolo José María Aznar, e alle polemiche che ne seguirono. Adesso, da Palazzo Chigi, Monti magari non riuscirà a far prima del governo Rajoy, ma certo non vuole si pensi che l’Italia vada al rimorchio della Spagna. Sarà anche per questo che si intensificano i messaggi di un certo tipo: fare presto, approfittare della discesa dello spread, dialogare con le parti sociali ma poi decidere, discutere di tutto, anche dell’articolo 18. E sarà per questo che l’inquietudine di Cgil, Cisl e Uil sale. Monti e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno detto che per la riforma c’è tempo fino alla fine di marzo. L’Europa, del resto, ha messo sotto osservazione l’Italia non solo per i conti pubblici, ma anche per il mercato del lavoro, che presenta diverse anomalie: un tasso di attività notevolmente più basso della media europea e un tasso di disoccupazione giovanile e femminile molto più alto. E non a caso anche la Spagna, che ha un mercato del lavoro ancora più inefficiente, deve «fare i compiti». I due governi si stanno muovendo, autonomamente, lungo direttrici simili. Il ministro spagnolo dell’Economia, Luis de Guindos, annunciando la riforma, ha detto: «In Spagna ci sono 40 tipi distinti di contratti di lavoro. Dobbiamo semplificare tutto ciò con un contratto unico, con regole comuni per tutti i nuovi assunti». Parole e concetti vicini a quelli che abbiamo sentito più volte da Fornero. Anche in Spagna il governo ha spiegato che contratto unico non significa ridurre tutto a uno, ma togliere di mezzo gran parte dei contratti che hanno favorito un eccesso di contratti precari. Anche a Madrid l’esecutivo ha detto che l’obiettivo è favorire l’occupazione stabile e l’aumento della produttività. E infine, anche in Spagna, si discute di flessibilità in uscita, solo che non essendoci l’articolo 18, lo scontro è sulla misura dell’indennizzo per i licenziati. Ma soprattutto, sia a Madrid sia a Roma, i governi ripetono che, esaurita la consultazione con le parti sociali, vareranno comunque la riforma. Un messaggio inviato anche alla sinistra. In Spagna all’opposizione e quindi il suo no è scontato. In Italia, invece, il Pd sta nella maggioranza. Un problema in più per Monti. Ma possiamo restare senza una riforma che l’Europa chiede e che la Spagna si appresta a fare con convinzione, così come senza tentennamenti decise, nel ’96, di entrare nell’euro? La riforma dunque si farà. Ma forse non sarà all’insegna del contratto unico, che in Italia non vogliono né i sindacati né la Confindustria né il Pdl. E che divide gli esperti. Economisti come Tito Boeri e Pietro Garibaldi lo sostengono, sicuri che aprirà le porte alla flexicurity, un sistema dove si cambia più facilmente lavoro in relazione alle necessità produttive (ma senza perdere il reddito). Altri, come Michele Tiraboschi, affermano invece che il contratto unico, già sperimentato in Francia a metà degli anni Duemila, è stato presto abbandonato perché non portava alla stabilizzazione dei lavoratori, a differenza dell’apprendistato, grazie al quale Germania e Austria, hanno i livelli più bassi di disoccupazione, giovanile compresa.
