Spettacolo
Commenta per primo! Gli Anni 50 di Dior Versace e Valli, l’alta moda a colori
La davano su un irreversibile viale del tramonto, come la famosa diva del muto nell’omonimo film. Invece l’alta moda parla. Anche se in un’altra lingua rispetto a qualche tempo fa, perché ormai la sobrietà ha sforato pure su lustrini e paillettes: meno teatro, più sostanza. Certo resta un parlare elitario fra poche griffe e poche signore ricche del loro o ben accompagnate che camminano su tappeti rossi e collezionano feste, ma il gioco continua: mise come si vedono (e si pagano) sulla passerella parigina non conoscono crisi o recessioni. E allora ecco il ritorno di Versace che a Parigi non sfilava più dal 2004. Ecco il richiamo alle origini di Christian Dior, ormai lontano dalla couture provocatoriamente spettacolare figlia di John Galliano. Ecco la consacrazione di Giambattista Valli, un italiano indipendente che sta ai grandi gruppi del lusso come nel cinema certi produttori underground di Manhattan stanno alle mayor di Hollywood. A proposito di Hollywood, Bill Gaytten ex assistente di Galliano e ora in plancia di comando da Dior, ha sicuramente ripensato alle radici del marchio soprattutto in direzione anni 50 e quindi ai tanti ritratti, da Ava Gardner a Marilyn Monroe e Lauren Bacall (con Bogart), appesi sulla scala della sede in avenue Montaigne: gonne a palloncino, abiti plissettati, scollature da star. Poi ci sono le trasparenze ardite su esili tracce di lingerie a riportare al moderno o certe pelli di coccodrillo che diventano mise sinuose e un po’ selvagge. Molto color carne con lampi di rosso, viola, melanzana. Le canzoni che accompagnano sono di Lana Del Rey, cantante pin-up appassionata di quel decennio. «Vissi d’arte, vissi d’amore », celeberrima aria pucciniana della Tosca cantata da Maria Callas, sembra invece sottolineare la rentrèe altomodaiola di Donatella Versace che alla École des Beaux Arts presenta 15 modelli Atelier su una scintillante scalinata. Donne nei sexy-panni di vestali- guerriere in versione cyber con coda di cavallo, sguardo aggressivo, prevalentemente in lungo con geometrie che parrebbero simboli di qualchemisterioso culto (senza sacrifici umani) ma pure in short, miniabito, stivali al ginocchio. Ovunque ricami, copertura di perline e laser che danno un look molto metallico dove prevale l’argento e poi oro, giallo acido, verdino, rosso. Il nero non abita qui. Il romano Giovanbattista Valli, 45 anni, allevato alla scuola di Roberto Capucci e di Emanuel Ungaro confida che una quindicina d’anni fa sbarcando a Parigi ha preso un sacco di sportellate in faccia ma ne è valsa la pena. Ora però è ufficialmente nella lista della camera francese, riceve con una collana di perle sulla maglia nera, ha una boutique di culto nella Gallerie de la Madeleine e uno spazioso showroom nel cuore di Manhattan. «Ho voluto fare una collezione—spiega — seguendo l’abc dell’alta moda e cioè tutto quello che si può fare soltanto a mano. I ricami che sembrano piccole sculture in porcellana, bustier in coccodrillo nero portato su gonna di pizzo tridimensionale, mise di cappa e pantalone. Chi compra l’alta moda sono ricchi che spendono troppo, quindi da bollare come volgari? «No, volgari sono i ricchi che non spendono affatto », ammonisce Gianbattista contento della battuta. Nelmenù italiano che include un altro romano-parigino di lungo corso e cioè Maurizio Galante questa volta concentrato su abiti che sbocciano come fiori e velette coerentemente floreali, anche l’origine profonda di Bruno Frisoni, creatore dello storico marchio Roger Vivier. Frisoni, in inedito look alla Tin Tin (con papillon), è stato folgorato dal decandentismo dandy, da un clima che lui definisce aristo-boheme. Pochette e scarpe che hanno piume, pizzi, tacchi a virgola, cristalli, coccodrillo, preziosi intarsi di paglia si chiamano «battito di ciglia» o «Opium den», a sintetizzare emozioni particolari e luoghi di perdizione (oggi ci sono le boutique per questo) dove si fumava l’oppio.
