19 gennaio 2012 - Notizie    1 Commento

Il paese difende Schettino “Basta con la gogna comandante non mollare”

NON date retta alla televisione. Io non sono il vigliacco che hanno dipinto», giura Francesco Schettino. Lo mormora ai suoi familiari, lo sussurra a qualche amico che lo ha aspettato sotto casa, al buio, alla fine di quest’ultima “traversata”, forse la più drammatica, quella che non prevede scialuppe né fughe. La divisa bianca da ufficiale è gettata nell’unico borsone, come un fantasma che non dà tregua. Il volto invecchiato di colpo, niente gelatina tra i capelli a uso di quelle foto per crocieristi diventate bersaglio di sport nazionale. Francesco Schettino ha un pullover informe in cui nascondersi ai flash, anche se sono le 2 di notte e sceglie un ingresso di servizio per salire le scale del suo appartamento, a Meta di Sorrento. Più tardi, avrà una tuta da infilare quando è ormai a casa da ore, da detenuto ai domiciliari, e non riesce a dormire accanto a sua moglie Fabiola, e a sua figlia quindicenne, la ragazzina che già subisce il mare aperto dei giudizi, la gogna di piazza, e per questo gli mormora che starà con lui al risveglio, che anche oggi, e forse domani non tornerà a scuola. E piange. Al comandante Schettino resta questo: un processo che marcerà contro di lui, una famiglia a sostenerlo, compresi una sorella, un fratello, l’anziana madre e gli zii, tutti alleati, stretti gli uni agli altri in questo cerchio di paradiso a strapiombo sul golfo, che si sente preso a sberle dalla storia dopo secoli di “vanto” marinaresco. Qui, a Meta, un’inezia da Sorrento, dove ogni portone custodisce un grado di navigante, dove perfino i vigili sono ex marittimi da baby pensione, perdonare Schettino significa blindare il proprio vissuto, «e la fatica della gente di mare» che fa memoria comune, «i ragazzi che studiano al Nautico e partono e fanno sacrifici e potersi sposare ». Resta soprattutto questo a Schettino, un paese nel cui grembo accasciarsi, contando sulla difesa — o la pietas — a oltranza. «Capiamo le cose che avvengono sulle navi. Anche le assurdità che non dovrebbero accadere. Ma qui diciamo: chi va per mare naviga, chi sta a terra giudica. Teniamoci i vivi che il mare ci ha restituito senza disprezzo», racconta Lucia, trentacinque anni, un fratello “imbarcato” verso altre crociere. Sa che in Comune è arrivata una cartolina sferzante da Padova: «Sei il solito terrone incapace». No, non lo accettano. Ma davvero Schettino è uno di loro? Se lo condannano, se ne censurano parole e gesti accade nel segreto dei tinelli, o di un retrobottega. Fuori, nelle vie, sul corso, c’è gente che lo incoraggia, preti che chiedono comprensione. Perfino un amministratore fedelissimo, l’assessore al Bilancio di Meta, Giuseppe Tito, che arriva a definire “un eroe” il suo capitano. «Ma non l’avete sottolineato che con la sua manovra di accostare la nave agli scogli ha salvato 4200 persone?». E poi ci sono i ragazzi che srotolano uno striscione a sorpresa in quella viuzza: «Comandante, non mollare». Spiegano: «Non siamo amici e neanche nipoti, però vogliamo dirgli che non abbandoniamo un figlio di questa terra». Eppure, il capitano che è tornato in cima a questa palazzina dall’antico portale, al dieci di vico San Cristofaro, stradina che scende ripida per aranceti fino al terrazzamento sul golfo di Meta, è più naufrago di come lo vorrebbero. Uno che ha lasciato la vita e ogni onore incagliati lassù al Giglio. «È molto scosso», racconta chi lo ha visto. Accanto, una moglie a cui tocca fronteggiare l’inesorabile doppia battaglia. Dentro e fuori. «Lo capite che mio marito ora ha bisogno di rispetto e di calma? Mio marito non è un carnefice, è un essere umano che sta pensando alle vittime, che sta realizzando tutto quello che è accaduto nel posto in cui si è sempre sentito più in grado di guidare gli altri: a mare». Con queste parole ha respinto, fino alla sera, gli inviti ai talk show. Ci sono le preghiere, adesso, invoca il prete più anziano di Meta. Per chi è ancora disperso, certo. Per chi ha perso la vita. E pure per chi ne porterà ogni giorno il peso. «Vi rendete conto che dopo tante vittime non possiamo ammazzare un altro uomo?», chiede don Gennaro Starita, parroco di lungo corso, 25 anni di sagrestia per conoscere galloni e miserie di ognuno. «E invece lo hanno già ucciso. Certo, tutti a dire “la telefonata”. L’ho ascoltata anche io quella conversazione, come si faceva a risparmiarsela quella cosa? E capisco che può sembrare un coniglio. Ma non sappiamo quale peso può giocare lo choc. Qui non si tratta di giustificare, ma di non mestare nelle tragedie». L’unica voce dissonante è di una ex professoressa di filosofia, sui sessanta, berretto di lana sui capelli fulvi, lo sguardo chiaro perso sull’orizzonte di Meta, all’apparenza sciroccata, eppure durissima. Si chiama Clara Di Falco, giura d’essere per caso «lontana parente proprio di comandante quel De Falco, ci fu però un errore all’anagrafe, perché mio padre tornava dall’America». «Io voglio bene a questa famiglia, il comandante Schettino l’ho visto diventare un uomo e mietere successi – dice Clara – Ma con tutta quella gente che ancora non si trova, non mi pare bello che lui sia qui, a casa. Forse sarebbe stato meglio tenerlo ancora in carcere. Anche se il paese perdona, e noi gli siamo vicini, quello che è stato non si cancella».

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  • NON SIETE NE PARENTI NE AMICI, SIETE SOLO DEI NAPOLETANI E VI COMPORTATE DA NAPOLETANI SOTTRAENDOVI AI VOSTRI ERRORI E DOVERI. I SOLITI IMBROGLIONI. PARLO DA CAMPANO.

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