14 dicembre 2011 - Tecnologia    Commenta per primo!

La «particella di Dio» ha lasciato un’impronta

L’impronta della particella di Dio è stata raccolta. Appare in due grafici, due curve colorate emerse dagli esperimenti Atlas e Cms effettuati con il superacceleratore Lhc. «Coincidono quasi perfettamente e questo ci mostra qualcosa di importante — dice Sergio Bertolucci, direttore scientifico del Cern —. Stiamo prosciugando il lago in cui la particella nuota e cominciamo a intravvedere la possibile coda». Nella sala delle conferenze del grande laboratorio europeo i banchi sono stipati di fisici da tutto il mondo. In silenzio seguono le presentazioni dei due scienziati alla guida degli esperimenti. Prima Fabiola Gianotti e poi Guido Tonelli: 45 minuti ciascuno di dati, diagrammi, spiegazioni a raffica di due anni di lavoro da cui oggi prende forma il grande obiettivo a lungo inseguito. Lunghi applausi dalla platea dei colleghi hanno sottolineato il peso delle parole ascoltate. «È un fantastico risultato» commenta davanti ai giornalisti Fabiola. «Una giornata attesa da vent’anni» aggiunge Guido. Entrambi sorridono visibilmente compiaciuti. Dunque non è più un mistero l’ormai famosa particella di Dio. Il suo vero nome è in realtà «bosone di Higgs» dal nome del suo ideatore, il fisico teorico britannico che nel 1964 la immaginò per spiegare la massa delle particelle elementari della materia. È quindi un elemento determinante della teoria, il modello Standard, con la quale gli scienziati descrivono la natura. Se non esistesse bisognerebbe cambiare l’intero disegno architettonico finora concepito. Non restava che trovarla e anche per questo venne costruito al Cern ginevrino il superacceleratore Lhc (Large Hadron Collider) nel quale si riproducono le condizioni dell’universo una frazione di secondo dopo il Big bang, il grande scoppio da cui tutto ha avuto origine. Ma trovare il bosone non è impresa facile. «Lo sapevamo e ce ne siamo accorti —racconta Tonelli —. Intanto abbiamo stabilito il suo peso, tra 124 e 125 GeV, e ciò significa che è troppo leggero, non è stabile, e tende ad associarsi con altre particelle, apparendo in forme diverse. Ora dobbiamo pensare che esista qualcosa di più pesante per proteggerlo, una sorta di guardia del corpo, e farlo vivere. È una grande sfida ma che cosa possa essere non lo sappiamo ». Alle spalle di Fabiola e Guido, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare italiano, ci sono tremila fisici di svariate nazionalità, compresi russi e americani, che si sono accaniti sui miliardi di collisioni prodotte nel superacceleratore facendo scontrare nuvole di protoni. Finora si è arrivati a un’energia di 7 tevatron, che è lametà di quella che si conquisterà l’anno prossimo. Ma il livello raggiunto era sufficiente per scandagliare il lago in cui il bosone poteva nascondersi, come dice con una metafora Sergio Bertolucci. Tuttavia raccogliere la certezza della sua esistenza è arduo ed è per questo che il comunicato ufficiale del Cern diffuso dopo le presentazioni ufficiali è cauto. E precisa che si sono compiuti «significativi progressi ma non abbastanza per pronunciare una parola definitiva». Il lavoro dei ricercatori è quello di raccogliere conferme statistiche ripetendo gli esperimenti. Adesso si dice che l’errore possibile è uno su cento; non abbastanza secondo i fisici, i quali per ottenere la certezza assoluta vogliono arrivare a uno su un milione. Succederà nei prossimi mesi. In primavera l’acceleratore sarà riacceso dopo la pausa invernale di manutenzione e riprenderanno gli scontri protonici mentre i computer macineranno i dati necessari da cui far fiorire la definitiva conferma.

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